Calatrava

Antonio Gnoli, ritratto di Riccardo Mannelli

Più volte mi è capitato di pensare che la grande architettura, diversamente dalle altre arti, ci abbia risparmiato e protetto dal dolore. Il fatto stesso che le sue forme sono fatte per accogliere gli uomini, testimonia di un desiderio di tranquillità e armonia, perfino di bellezza anche quando sembra essersene smarrito il senso. « Per me la materia che compone l’architettura si sublima attraverso l’ordine e la luce » , mi dice Santiago Calatrava, uno dei grandissimi architetti che sarà a Roma la prossima settimana ( terrà una lezione a Villa Medici la sera del 2 novembre sul tema “ Dalla Sculptura all’Architettura”). Avevo già ascoltato Calatrava ad Assisi, un paio di anni fa, nell’ambito degli incontri del “ Cortile dei Gentili”, parlarci dei suoi lavori, delle sue committenze, dei suoi segreti. Abitava le parole come se le parole fossero spazi da riempire con il proprio tempo, la propria esperienza. Mi piaceva quest’uomo dall’eleganza compassata, dai gesti sobri raccontare l’universalità dell’architettura e la necessità del dettaglio.

Mi colpiva come nel grande lavoro della stazione di Ground Zero convivessero magicamente il complesso dei grattacieli e la minuscola chiesa di rito greco- ortodosso, quasi un Davide e Golia finalmente riappacificati: « Ho cercato nelle diverse proporzioni di creare un vincolo fra la scala gigantesca dei grattacieli e la piccola chiesa di San Nicola. Circondata dalle torri sembra davvero un giocattolino posto lì sul suolo. In fondo, avevo voluto creare un rapporto come quello a Roma del tempietto di San Pietro in Montorio verso San Pietro in Vaticano » . Si tratta comunque di paesaggi diversi, con quali suggestioni o necessità li ha tenuti insieme? « La necessità deriva dallo sguardo globale; la suggestione dalle connessioni che si riescono a creare. Il mio lavoro si svolge in più di venti paesi: Europa, soprattutto, ma anche Asia e Americhe del sud e del nord. Per me la comprensione del luogo in cui opero è fondamentale. Sostare in quegli spazi, impregnarmi dell’ambiente e della luce, mi permette di studiare oltre al paesaggio urbano anche il paesaggio culturale. Di solito una forma non rivela immediatamente cosa c’è dietro, ma lavorando sulla chiesa di San Nicola a Ground Zero ho fatto un grande “ viaggio” nella liturgia e nell’ortodossia, cercando di orientarmi tra le forme canoniche come fossero punti cardinali». Si ritiene un architetto globale? «Lo sono per l’estensione del mio lavoro, ma ho il rispetto delle diverse culture che esaltano la cura del particolare. Non dimentico mai che l’uomo è la misura di tutte le cose, la sua universalità vive nel dettaglio, perciò anche in architettura la scala umana è fondamentale ». Dove è nato? «A Valencia e ho avuto la fortuna di crescere in mezzo a un gruppo di persone alle quali non sarò mai sufficientemente grato. La mia famiglia mi ha fornito una base solida per costruire la mia vita». Che ricordo ha della Spagna degli anni Cinquanta e Sessanta? « Posso dire che la mia infanzia e adolescenza sono trascorse in una specie di arcadia felice rispetto alla realtà politica e sociale vissuta in Spagna in quel periodo. A 13 anni mia madre mi mandò in Francia dove mi si rivelò un mondo completamente diverso. Inoltre cominciai a visitare altri paesi europei. Ad apprenderne le lingue. Fu un’esperienza fantastica che mi fece percepire realtà diverdi se e soprattutto comprendere le nefaste conseguenze della dittatura spagnola». La sua formazione dunque si è compiuta prevalentemente fuori dalla Spagna? «Solo in parte. Devo a mio padre se fin da piccolo ho considerato l’arte come uno stato di sublimazione dell’essere umano, una perfezione che, al di là della tecnica, è capace di commuoverci. All’età di otto anni i miei genitori mi iscrissero alla scuola d’arte e mestieri e ho avuto la fortuna di trovare degli educatori che mi hanno guidato. In seguito ho studiato all’estero». Dove? «Ricordo che nel giugno del 1968 giunsi a Parigi con l’intenzione di studiare alla École des beaux arts. Era in atto il Maggio francese, la grande contestazione studentesca, e non mi fu possibile iscrivermi a quella scuola. Restai a Parigi fino alla fine di settembre e poi feci ritorno a Valencia. Dove ho studiato architettura. In quel periodo tutte le estati giravo l’Europa con lo zaino in spalla, dormendo negli ostelli e a volte, quando non trovavo posto, sotto le stelle. Mi laureai in architettura e cominciai a pormi il problema su cosa avrei fatto da grande». Che progetti aveva per sé? «Avevo 22 anni e un gran desiderio di partire altrove e poca voglia di iniziare la professione. Scelsi di continuare a studiare. Questa volta ingegneria. Mi iscrissi perciò al Politecnico di Zurigo, dove rimasi fino a 29 anni. Quel luogo, con le persone che conobbi, divenne per me un posto di calma e di studio. E per la prima volta avvertii insieme alla crescente maturità un sentimento di libertà mai provato prima». Che rapporto pensa ci sia tra calcolo e creatività? «Me lo chiede in che senso?» In relazione a quel sentimento di libertà al quale faceva riferimento. Il calcolo limita il comportamento umano, in un certo senso lo obbliga. « Il calcolo è uno strumento bellissimo, incardinato nella matematica e per mezzo del quale arriviamo alla certezza. Mentre il calcolo in ingegneria è basato su metodi empirici, nati dall’osservazione dei fenomeni naturali. La creatività è una parola quasi biblica: creare è un atto divino, eppure Dio ci ha lasciato la possibilità di continuare la sua opera riconoscendo la bellezza dell’armonia del creato ». C’è un rapporto anche tra architettura e musica? «Musica e architettura hanno scritto pagine di storia che si possono sovrapporre. Schopenhauer e Goethe parlarono dell’architettura come musica impietrita. Sia in musica che in architettura parliamo di ritmo, armonia, proporzione». Accosterebbe la funzione del vuoto architettonico al silenzio in musica? « Certamente. Si può perfino pensare all’esperienza di un canto nello spazio di una chiesa in pietra, dove il suo riverbero nel vuoto ci consente per decimi di secondo di cogliere la natura stessa del silenzio. Mi disse una volta Claudio Abbado che interpretando la Seconda sinfonia di Mahler, dopo il finale tempestoso è bellissimo dover aspettare per alcuni secondi in silenzio la reazione del pubblico. In quella pausa del suono che precede l’applauso si ha la sensazione che qualcosa che sembra finito è pronto per rinascere». Lei oggi è un architetto riconosciuto in tutto il mondo. Di “Sono un architetto globale, per come il mio lavoro è esteso ma rispetto le diverse culture che esaltano il particolare Non dimentico mai che l’uomo è la misura di tutte le cose”

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