“I Care”

Soste­ne­re l’”altro”, un ritor­no all’e­ti­ca dell’“I Care”

L’e­pi­de­mia ha por­ta­to in pri­mo pia­no “lavo­ri di base” per i qua­li il movi­men­to fem­mi­ni­sta ha lot­ta­to per rico­no­scer­ne il  valore.

È un rito unificante!

Ogni sera la gen­te applau­de dal­le fine­stre i lavoratori. 

Sui bido­ni del­la spaz­za­tu­ra, mes­sag­gi rin­gra­zia­no gli ope­ra­to­ri per aver lavo­ra­to nono­stan­te il rischio a cui si espon­go­no; la gen­te li con­si­de­ra “eroi”, così come il per­so­na­le para­me­di­co, i cas­sie­ri dei super­mer­ca­ti e le guar­die di sicurezza. 

Ieri era­no invi­si­bi­li! oggi sono ogget­to di un rico­no­sci­men­to sen­za pre­ce­den­ti! C’è volu­ta la cata­stro­fe sani­ta­ria per rive­la­re quan­to sia­no indi­spen­sa­bi­li per la nostra vita quotidiana.

La cri­si ha “ripu­li­to” il nostro sguar­do, resa visi­bi­le una real­tà di soli­to data per scon­ta­ta nel flui­re ordi­na­rio del­la nostra vita. [1]

il fat­to che gli indi­vi­dui prov­ve­da­no agli “altri”, se ne pre­oc­cu­pi­no e quin­di vegli­no sul fun­zio­na­men­to ordi­na­rio del mon­do, tut­to ciò in tem­pi “nor­ma­li”, non lo vedia­mo.  C’è qual­co­sa di estre­ma­men­te nuo­vo nel pre­sta­re atten­zio­ne alle per­so­ne che si pre­su­me­va­no esse­re lì per ser­vi­re, e la cui fun­zio­ne appa­re oggi cen­tra­le per il fun­zio­na­men­to del­le nostre socie­tà”.[2]

Mol­ti ricer­ca­to­ri han­no con­tri­bui­to a defi­ni­re il signi­fi­ca­to di  “eti­ca del­la cura”, con l’obiettivo di ri-cono­sce­re i valo­ri mora­li comu­ni alle atti­vi­tà di ser­vi­zio e cura.

Que­sti stu­di han­no valo­riz­za­to le cosid­det­te atti­vi­tà ordi­na­rie o di base, spes­so asse­gna­te alle don­ne o ai grup­pi più svan­tag­gia­ti del­la popolazione.

Ampia­men­te docu­men­ta­ti nel­le scien­ze uma­ne e socia­li, que­sti temi, d’al­tra par­te, fati­ca­no ad emer­ge­re nel discor­so poli­ti­co.[3]

”Atti­vi­tà con valo­re aggiunto”

L’e­pi­de­mia di Covid19 e l’im­prov­vi­so avven­to di una vul­ne­ra­bi­li­tà con­di­vi­sa ha cam­bia­to le car­te in tavo­la.                      Ci si chie­de se tale nuo­vo “oriz­zon­te” pos­sa por­ta­re a un ripen­sa­men­to del­l’or­ga­niz­za­zio­ne del­la gerar­chia socia­le di mestie­ri oggi rico­no­sciu­ti “essen­zia­li”  ma oggi in fon­do alla sca­la socia­le  e  alla rela­ti­va remunerazione.

Se la nozio­ne di “Care”[4] con­ser­va anco­ra il suo nome di ori­gi­ne anglo­sas­so­ne, è per­ché la nostra lin­gua non ha alcu­na paro­la per tra­dur­re la sua ric­chez­za semantica.

In ingle­se, il ter­mi­ne espri­me l’at­to di cura, ma anche il sen­ti­men­to e i valo­ri che lo accom­pa­gna­no: non è tan­to una que­stio­ne di “gua­ri­gio­ne” in sen­so medi­co quan­to di “pren­der­si cura”, cioè di mostra­re atten­zio­ne, sol­le­ci­tu­di­ne, faci­li­ta­re la vita altrui con gesti quo­ti­dia­ni che mostra­no rispet­to e con­tri­bui­sco­no al benes­se­re psicofisico.

Nel­la sto­ria del­le idee, l’e­ti­ca del­la “cura” emer­ge sul­la scia degli stu­di fem­mi­ni­sti ame­ri­ca­ni [5] per i qua­li i cri­te­ri per il pro­ces­so deci­sio­na­le mora­le pos­so­no dif­fe­ri­re in base al gene­re

Di fron­te allo stes­so dilem­ma eti­co, gli uomi­ni ricor­ro­no più spes­so ai loro prin­ci­pi di giu­sti­zia basa­ti sul­l’im­par­zia­li­tà e su prin­ci­pi astrat­ti per moti­va­re le loro deci­sio­ni, men­tre le don­ne sono por­ta­te piut­to­sto a valu­ta­re l’im­pat­to con­cre­to del­le loro scel­ta, il valo­re e la pre­oc­cu­pa­zio­ne per l’al­tro cer­can­do la miglio­re solu­zio­ne per pre­ser­va­re e man­te­ne­re le rela­zio­ni uma­ne che sono in gioco. 

Per­ché que­sta dif­fe­ren­za? Accu­sa­ta di “essen­zia­li­smo”, Carol Gil­li­gan si difen­de dall’accusa di voler “natu­ra­liz­za­re” que­ste com­pe­ten­ze.  Lun­gi dal­l’es­se­re inna­te, la capa­ci­tà del­le don­ne di svi­lup­pa­re sol­le­ci­tu­di­ne è, a suo avvi­so, costrui­ta da un siste­ma che asse­gna loro dal­la nasci­ta il ruo­lo di cura del benes­se­re degli altri.

Non rico­no­scer­lo è “Rifiu­tar­si di vede­re la real­tà socia­le e sto­ri­ca di que­ste pra­ti­che”, dice.

Sep­pur radi­ca­ta nel­la sto­ria del fem­mi­ni­smo, l’e­ti­ca del­la “cura” non è mono­po­lio del­le sole donne. 

Die­ci anni dopo Gil­li­gan, un’al­tra intel­let­tua­le fem­mi­ni­sta ame­ri­ca­na, Joan Tron­to, esten­de la sua rifles­sio­ne [6]dimo­stran­do che que­sta capa­ci­tà di pren­der­si cura degli altri, il più del­le vol­te appan­nag­gio del­le don­ne, riguar­da anche gli uomi­ni in mol­te pro­fes­sio­ni.  Ma que­ste capa­ci­tà sono mes­se in ombra da valo­ri “pre­sta­zio­na­li” o di efficienza.

UN PESO INEGUALMENTE RIPARTITO

Rifiu­tan­do di oppor­re mora­li­tà fem­mi­ni­le e maschi­le, Joan Tron­to pro­po­ne una più ampia defi­ni­zio­ne di “Care” che “com­pren­de tut­to ciò che fac­cia­mo per man­te­ne­re, per­pe­tua­re e ripa­ra­re il nostro mon­do in modo da viver­lo nel modo miglio­re pos­si­bi­le.” 

Que­sto one­re, sot­to­li­nea Tron­to, è distri­bui­to in modo non uni­for­me, con i “Care-Givers” (la mag­gior par­te dei qua­li don­ne) trop­po spes­so svalutati.

Meri­ta di esse­re rico­no­sciu­ta e meglio con­di­vi­sa per­ché man­tie­ne la coe­sio­ne, anche la soprav­vi­ven­za, del­la socie­tà nel suo insieme.

Sen­za di essa, la vita diven­ta impossibile.

Secon­do Joan Tron­to, se que­ste fun­zio­ni ven­go­no sva­lu­ta­te o addi­rit­tu­ra igno­ra­te, è per­ché l’in­te­ra socie­tà è sta­ta costrui­ta sul­la nega­zio­ne e sul­l’in­vi­si­bi­li­tà del­la dipen­den­za dal­la cura. 

Il filo­so­fo evi­den­zia così i limi­ti di quel­la che vie­ne spes­so per­ce­pi­ta come una vita libe­ra e autonoma. 

In real­tà, que­sta auto­no­mia auto-riven­di­ca­ta dipen­de da vici­no da una miria­de di indi­vi­dui che han­no una par­te impor­tan­te del­la nostra vita quotidiana. 

E ‘spes­so solo quan­do si è di fron­te a un cam­bia­men­to radi­ca­le del­la vita (malat­tia, han­di­cap, mor­te di una per­so­na cara, cata­stro­fi) che può nasce­re la con­sa­pe­vo­lez­za del­l’e­stre­ma dipen­den­za dagli altri per i nostri biso­gni vitali.

Secon­do Fabien­ne Bru­gè­re, [7] l’e­ti­ca dell’”I Care” sfi­da “una socie­tà in cui il suc­ces­so indi­vi­dua­le dipen­de dal­la capa­ci­tà di diven­ta­re  impren­di­to­ri di se stes­si con poca con­si­de­ra­zio­ne per gli altri o per il col­let­ti­vo”.

Men­tre le ope­re di Gil­li­gan e Tron­to han­no imme­dia­ta­men­te sca­te­na­to un dibat­ti­to negli Sta­ti Uni­ti, in Fran­cia si è ini­zia­to a discu­ter­ne solo recentemente. 

Ven­go­no affron­ta­ti una vasta gam­ma di argo­men­ti di filo­so­fia mora­le, socio­lo­gia e psi­co­lo­gia socia­le: la distri­bu­zio­ne e la dele­ga dei com­pi­ti dome­sti­ci in casa, la pre­sa in cari­co del­la vec­chia­ia e il ruo­lo del­le badan­ti, del posto dei pazien­ti e del­le fami­glie nel pro­ces­so di cura, del­l’or­ga­niz­za­zio­ne del lavo­ro ospedaliero… 

Tut­ti que­sti sono lavo­ri svol­ti da per­so­ne le cui voci sono sof­fo­ca­te o smi­nui­te per pre­giu­di­zio di gene­re, clas­se o raz­za, quel­le di colf, aiu­tan­ti, badanti… ».

Affer­man­do l’im­por­tan­za mora­le di que­sti com­pi­ti, la ricer­ca sul lavo­ro di “cura” sot­to­li­nea anche i rap­por­ti di domi­na­zio­ne e le disu­gua­glian­ze che lo attraversano. 

Sto­ri­ca­men­te dele­ga­ti alle don­ne, i gesti del­la vita ordi­na­ria sono sta­ti a lun­go con­fi­na­ti nel­la sfe­ra addo­me­sti­ca­ta e pri­va­ta.  Quan­do que­ste fun­zio­ni entra­no nel­lo spa­zio pub­bli­co e diven­ta­no pro­fes­sio­na­li, le don­ne sono mag­gio­ran­za, soprat­tut­to nel cam­po del­l’as­si­sten­za medica. 

Per lo sto­ri­co Mathil­de Ros­si,[8]le pro­fes­sio­ni di cura di oggi  sono deri­va­te dal­l’e­co­no­mia cari­ta­te­vo­le di cura e di semi­na nel XIX seco­lo, con l’oc­cu­pa­zio­ne gra­tui­ta o a bas­sa retri­bu­zio­ne del­la mag­gior par­te del­le don­ne”.

Ad esem­pio, tra­mi­te il con­cet­to di “voca­zio­ne” le gio­va­ni si sono con­vin­te ad accet­ta­re con­di­zio­ni di lavo­ro degra­da­te o addi­rit­tu­ra pri­ve di remunerazione.

Que­sta sto­ria pesa anco­ra sul­le con­di­zio­ni di lavo­ro e sul­la disu­gua­glian­za sala­ria­le. “Il pas­sag­gio dal­la vita libe­ra a quel­la pro­fes­sio­na­le si è svol­to con una cer­ta con­fu­sio­ne, sen­za che alle com­pe­ten­ze dispie­ga­te in que­ste pro­fes­sio­ni — atten­zio­ne ad altri, altrui­smo o pazien­za — sia­no rico­no­sciu­te il loro vero valo­re, ricor­da l’e­co­no­mi­sta Rachel Sil­ve­ra,[9]. Le don­ne si bat­to­no per por­re fine alle disu­gua­glian­ze sala­ria­li.                            “A dif­fe­ren­za del­le pro­fes­sio­ni maschi­li, ini­zial­men­te non c’e­ra alcun valo­re pro­fes­sio­na­le di que­ste com­pe­ten­ze attra­ver­so la nego­zia­zio­ne, i rap­por­ti di pote­re o il rico­no­sci­men­to del­la for­ma­zio­ne e dei diplo­mi”.

DONNE “CAREGIVERS” IN MAGGIORANZA

Negli ospe­da­li, chi si pren­de cura  oggi dei mala­ti Covid19 è in mag­gio­ran­za donna.

Esse rap­pre­sen­ta­no un tota­le dell’87% degli infer­mie­ri e del 91% degli ope­ra­to­ri uma­ni­ta­ri in Fran­cia, con sti­pen­di spes­so bas­si, secon­do l’e­co­no­mi­sta Rachel Sil­ve­ra,[10].

La per­cen­tua­le di don­ne è del 73% tra i cas­sie­ri e i ven­di­to­ri nei super­mer­ca­ti e il 76% degli addet­ti alla manutenzione. 

La per­cen­tua­le aumen­ta nel­le occu­pa­zio­ni di  ser­vi­zio alla per­so­na, con il 97% del­le don­ne colf , badan­ti ecc., lavo­ri che com­bi­na­no bas­si sala­ri, viag­gi a tem­po par­zia­le e viag­gi in auto. E quan­do que­ste occu­pa­zio­ni di assi­sten­za e ser­vi­zi sono svol­te da uomi­ni, riman­go­no sva­lu­ta­te, mal paga­te e spes­so for­ni­te dal­le per­so­ne più svan­tag­gia­te del­la popo­la­zio­ne. Più recen­te­men­te, le ana­li­si del “Care” han­no rive­la­to una nuo­va for­ma di sfrut­ta­men­to nei ser­vi­zi alla persona.

Sot­to la pres­sio­ne com­bi­na­ta del­l’au­men­to del lavo­ro del­le don­ne e del­l’e­mer­ge­re di pro­ble­mi di dipen­den­za nel­le socie­tà occi­den­ta­li, è emer­so un mer­ca­to glo­ba­liz­za­to per la cura degli altri. Que­sto è uno dei para­dos­si del fem­mi­ni­smo oggi, evi­den­zia­to dal lavo­ro del socio­lo­go ame­ri­ca­no Arlie Hoch­schild sul­le “cate­ne glo­ba­liz­za­te del­la “I Care”: se l’im­pe­gno pro­fes­sio­na­le del­le don­ne è sta­to in gra­do di svi­lup­par­si nei pae­si del Nord, non è tan­to per­ché i com­pi­ti sono sta­ti meglio distri­bui­ti all’in­ter­no del­le fami­glie, ma per­ché sono sta­ti, alme­no nel­le comu­ni­tà urba­ne e bene­stan­ti, dele­ga­ti ad altri meno favo­ri­ti, spes­so immi­gra­ti dall’est

Nel­le gran­di metro­po­li, “le don­ne che han­no suc­ces­so social­men­te pos­so­no far­lo solo se altre don­ne, pove­re, si occu­pa­no dei com­pi­ti dome­sti­ci e del­l’as­si­sten­za all’in­fan­zia”, osser­va la socio­lo­ga Caro­li­ne Ibos, che ha stu­dia­to que­sta dele­ga tra­mi­te il rap­por­to tra l’as­si­sten­za all’in­fan­zia e i dato­ri di lavo­ro a Parigi. 

Esse­re don­na, di ori­gi­ne stra­nie­ra e con un bas­so red­di­to, costrin­ge al lavo­ro di “cura”.                                                                

È più faci­le capi­re in que­sto con­te­sto per­ché la rifles­sio­ne sten­ta ad emer­ge­re pubblicamente.

Gene­ral­men­te asso­cia­ta all’attività di cura che la don­na svol­ge (anche sen­ti­men­ta­le) in fami­glia, la pre­oc­cu­pa­zio­ne quo­ti­dia­na degli altri è spes­so con­si­de­ra­ta un argo­men­to mino­re sen­za gran­de impor­tan­za o valo­re mora­le o politico. 

Può anche susci­ta­re un rifiu­to fon­da­men­ta­le per­ché toc­ca ciò che non si vuo­le far vede­re del nostro cor­po e del­la sua vul­ne­ra­bi­li­tà, e rive­la che dipen­dia­mo dagli altri, osser­va San­dra Lau­gier.  Per non par­la­re del­le rea­zio­ni ses­si­ste che lo riman­da­no al ran­go di “stu­pi­dag­gi­ni”, come abbia­mo sen­ti­to nel 2010.

Cri­ti­ca al model­lo liberale

I con­cet­ti di cui par­lia­mo si inscri­vo­no in una cri­ti­ca all’e­ti­ca libe­ra­le e alle poli­ti­che domi­nan­ti degli ulti­mi quin­di­ci anni.

I valo­ri mora­li ordi­na­ri del­la cura quo­ti­dia­na degli altri sono dif­fi­ci­li da com­pren­de­re dagli indi­vi­dua­li­sti per i qua­li pre­va­le l’autonomia per­so­na­le “, sot­to­li­nea la filo­so­fa San­dra Lau­gier.  Per l’e­roi­smo guer­rie­ro evo­ca­to dal Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca nel­le pri­me set­ti­ma­ne del­l’e­pi­de­mia, l’e­ti­ca del “Care” pre­di­li­ge la nozio­ne di respon­sa­bi­li­tà, indi­vi­dua­le e col­let­ti­va.  “Asso­cia­re la cura alla guer­ra era un modo per masche­ra­re l’i­na­de­gua­tez­za del­lo Sta­to, che non si è pre­so le sue respon­sa­bi­li­tà lascian­do i “care­gi­ver” non pro­tet­ti all’i­ni­zio del­l’e­pi­de­mia”.Ma è anche un controsenso. 

Quan­do sei uno che cura, non puoi non curare. 

Si trat­ta di ethos (moda­li­tà di espri­mer­si social­men­te), di rela­zio­ne con la pro­pria com­pe­ten­za, con ciò che si è in gra­do di fare e che nes­su­no può fare al posto nostro.

E giu­sta­men­te si vuo­le esse­re esse­re pro­tet­ti per questo.

La con­sa­pe­vo­lez­za che sta emer­gen­do oggi è suf­fi­cien­te per inver­ti­re la gerar­chia socia­le dei mestie­ri e tra­sfor­ma­re l’or­ga­niz­za­zio­ne del­la socie­tà in modo sostenibile?

Nel suo discor­so tele­vi­si­vo del 13 apri­le, il Capo di Sta­to ha pro­mes­so un “pia­no mas­sic­cio per la nostra salu­te, la nostra ricer­ca, i nostri anzia­ni, tra gli altri”, pri­ma di aggiun­ge­re, sen­za men­zio­na­re alcu­na pro­fes­sio­ne in par­ti­co­la­re: “Dovre­mo anche ricor­da­re che il nostro pae­se oggi si reg­ge tut­to su don­ne e uomi­ni che le nostre eco­no­mie ripa­ga­no mala­men­te”.  Abban­do­nan­do in segui­to la meta­fo­ra mili­ta­re, Macron ha con­clu­so il suo discor­so adot­tan­do la paro­la “cura” — “Pren­di­ti cura di te stes­so, pren­dia­mo­ci cura l’u­no del­l’al­tro e resi­ste­re­mo”.

Tut­ta­via, il rico­no­sci­men­to di quan­to han­no fat­to  i “Care­gi­vers” non può accon­ten­tar­si di paro­le o meda­gliet­te.  I pre­mi nei set­to­ri annun­cia­ti il 15 apri­le non saran­no suf­fi­cien­ti. Per San­dra Lau­gier, “l’af­fer­ma­zio­ne eti­ca del­l’im­por­tan­za e del­la digni­tà del­la “cura” non può esse­re fat­ta sen­za una tra­sfor­ma­zio­ne socia­le ed una rifles­sio­ne poli­ti­ca sul­la ri-allo­ca­zio­ne del­le risor­se e sul­la loro ripar­ti­zio­ne in capi­to­li ben definiti. 

Per­ché pren­der­si cura del­la vita ordi­na­ria richie­de tem­po e mez­zi.  “Ascol­ta­re i clien­ti stres­sa­ti e con­ti­nua­re a sor­ri­de­re quan­do si è alla cas­sa di un super­mer­ca­to è un’a­bi­li­tà, così come par­la­re con una per­so­na vul­ne­ra­bi­le alla qua­le si sta facen­do la toi­let­te”.  Oggi, tut­ta­via, il lavo­ro di una cas­sie­ra vie­ne valu­ta­to in rap­por­to al nume­ro dei clien­ti ser­vi­ti  e quel­lo di una colf dal nume­ro del­le cami­cie stirate.

Per l’e­co­no­mi­sta, riva­lu­ta­re que­ste pro­fes­sio­ni è “la con­di­zio­ne essen­zia­le per­ché gli uomi­ni pos­sa­no riven­di­ca­re i valo­ri mora­li ad essi associati.

Un modo per lo Sta­to di distri­bui­re meglio i com­pi­ti, e “pren­der­si cura” di se stes­so a sua volta.

Clai­re Legros

(libe­ra­men­te tra­dot­to da Le Mon­de 2 Mag­gio 2020)


[1] osser­va Pasca­le Moli­nier, ricer­ca­to­re in psi­co­lo­gia così socia­le e auto­re di “Le Care Mon­de”. Tre sag­gi sul­la psi­co­lo­gia mora­le (Lio­ne, EDIZIONI ENS, 2018).

[2] Per la filo­so­fa San­dra Lau­gier, codi­ret­tri­ce del libro Le Sou­ci des autres. Eti­ca e poli­ti­ca del­la cura (EHESS Edi­tions, 2005),

[3] come dimo­stra­to, nel 2010, dal­le rea­zio­ni al pro­get­to di Mar­ti­ne Aubry che inten­de­va  far­ne fon­da­men­to per la rico­stru­zio­ne del Par­ti­to Socia­li­sta. La sua richie­sta di una “Socie­tà del­la cura”, di una “rivo­lu­zio­ne dei ser­vi­zi pub­bli­ci” in dire­zio­ne di una “evo­lu­zio­ne del­le rela­zio­ni degli indi­vi­dui tra loro” pro­vo­cò osti­li­tà e sar­ca­smo.  A destra, Natha­lie Mori­zet lo vede come “un ritor­no a un discor­so di assi­sten­za socia­le e buo­ni sen­ti­men­ti”, men­tre all’in­ter­no del PS Manuel Valls teme  “un pas­so indie­tro per la sini­stra e per il pae­se, per­ché l’in­di­vi­duo non è né mala­to né in cura.”

[3] (cfr.Carol Gil­li­gan “In a Dif­fe­rent Voi­ce” 2008)

[4] I care, que­sta espres­sio­ne vie­ne dal cuo­re del­la sto­ria ame­ri­ca­na di que­sto seco­lo. La tra­du­zio­ne let­te­ra­le chie­de un giro di paro­le, dal “me ne fac­cio cari­co” a “mi pre­oc­cu­po”, a “ci pen­so io”. Man­ca, nel­la ver­sio­ne ita­lia­na, il sen­so del­la par­te­ci­pa­zio­ne, che è la vera ragio­ne del valo­re mora­le e poli­ti­co di que­ste due paro­le. “I care”, pri­ma di esse­re un mes­sag­gio, è una for­ma di iden­ti­fi­ca­zio­ne. Qual­cu­no, nel­la fol­la di colo­ro che stan­no attra­ver­san­do un’e­po­ca del­la sto­ria, si pren­de la respon­sa­bi­li­tà di dire: io ci sono, su di me si può con­ta­re. Sta­bi­li­sce un gra­do di cit­ta­di­nan­za diver­so. Diver­so anche dal lot­ta­re per un dirit­to. È un atto di offer­ta non tan­to alla spin­ta per demo­li­re qual­co­sa, quan­to al lavo­ro per costrui­re. “I care” è pri­ma di tut­to un rap­por­to di pre­sen­za, fidu­cia, par­te­ci­pa­zio­ne. Vedia­mo come usci­re dal­le paro­le, come entra­re nei fat­ti. L’i­dea è que­sta. Il mio pri­mo pen­sie­ro non è “altri con­ta­no più di me e sono i veri respon­sa­bi­li”. Oppu­re: “Ci pen­si lo Sta­to. Ci pen­si il Gover­no”. Il pri­mo pen­sie­ro è: “Respon­sa­bi­le sono io”.

[6]in “Un Mon­do Vul­ne­ra­bi­le”, Per una poli­ti­ca del “care” 1993 2009)”  

[7] docen­te di filo­so­fia all’U­ni­ver­si­tà di Pari­gi VIII, che ha anche con­tri­bui­to a sen­si­bi­liz­za­re l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca sul­l’ar­go­men­to attra­ver­so i suoi libri (L’e­ti­ca del­la cura, 2017; Il ses­so del­la  Sol­le­ci­tu­di­ne, Seuil, 2008),

[8]che ha coor­di­na­to un nume­ro di  The Histo­ri­cal Jour­nal sul “lavo­ro di cura” dal tito­lo  Don­ne, gene­re, sto­ria  

[9]co-diret­tri­ce del­la rete inter­na­zio­na­le e mul­ti-agen­zia di ricer­ca MAGE (“Mer­ca­to del lavo­ro e gene­re”) e autri­ce di A Quarter

[10]che lavo­ra a par­ti­re da dati del­l’IN­SEE e del Dares (stu­di sta­ti­sti­ci del Mini­ste­ro del Lavoro)

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